giovedì 3 gennaio 2013

Diario di Pechino - Settima puntata






15 luglio Inner Mongolia

Sono quasi ubriaca. Avrò bevuto mezza bottiglia di birra e sento già che mi basta. Sarà l'aria.

Lungo la strada, dopo i campi polverosi della Cina improvvisamente si erano dischiuse le vallate della Mongolia. Allo stesso tempo il cielo era diventato azzurro laddove tra le nubi si riusciva ad intravvedere un lembo di cielo. I campi ispiravano dedizione e amore con i loro colori variegati, mai troppo verdi, mai troppo smaglianti. Tra le nubi si scorgeva la pioggia che cadeva perché la nube non la sosteneva più e così tra un'acquazzone e il sole il pullman procedeva a velocità sostenuta. Qua e la, nei campi, uomini e donne lavoravano piegati in avanti. Le loro vesti colorate, rosso o verde, brillavano al sole.

Il campo riservato a noi è del tutto banale, fatto per i turisti. Eccezion fatta per le tende mongole, qui tutto è pacchiano, kitsch. Le tende mi piacciono, a partire dalla porticina in legno pitturato con decorazioni locali. Lungo la parete circolare un continuo intreccio di bambù. Il soffitto a cono è sorretto da lunghe liste di bambù, il cerchio in mezzo è in legno laccato rosso. C'è persino la luce elettrica: una lampadina “alla vietnamita” (vale a dire senza paralume) che illumina tutt'intorno. Il pavimento è coperto da una pedana, salvo un metro quadro scarso per chi entra. Sulla pedana è poggiato un materasso intero dove si dorme in sei. Per il momento le coperte sono piegate lungo il muro e in bel mezzo al “kang” vi è un bel tavolino basso, laccato rosso e decorato con un drago d'oro, anzì, con due draghi d'oro.

C'è la luna piena stanotte, niente Via Lattea, c'è troppa luce nel cielo. Vado a letto presto, ci alzeremo alle quattro per vedere il Sole che sorge.