domenica 20 gennaio 2013

Nona puntata - Diario di Pechino

17 luglio 2011 - Pechino

Sono rientrata all'università dopo la gita di due giorni e mezza. La camera mi ha accolta con la sua familiarità, la doccia era rinfrescante come al solito. Prima non avrei potuto immaginare di trovare piacere entrare in questa stanza. Le cose cambiano, sto cambiando anch'io. Trovo, ad esempio, piacevole riavere le mie cose, la mia privacy, le cose cui mi ero abituata in queste due settimane e mezzo. Vivere lontano dai cari è duro. Tuttavia man mano che si scoprono dei piccoli piaceri come questo ritrovamento del proprio alcove, ecco che i morsi della nostalgia perdono potere. Continuano ad esserci ma non sono più loro i padroni del bello o brutto tempo.

Sono stata in gita con gli altri studenti, un giorno in Mongolia (la parte cinese) e uno a Datong, capitale dell'imperatore mongolo Wei e della sua non breve dinastia.
Tutti i popoli avevano sofferto le scelte dei loro governatori. Quelle di Wei erano le meno spiacevoli da subire; avevano solo dovuto convertirsi al buddismo. Stupendo. Farei la firma. La scelta di introdurre il buddismo nel regno della grande uguaglianza (Datong) era servita per sedare la popolazione, allora troppo turbolenta.
Era troppo tardi, quando circa cent'anni dopo, una discendente aveva capito che il popolo buddista smise sì di essere un pericolo sociale ma nel contempo smise anche di lavorare.
Sotto il cielo non lavorava più nessuno. Tutti in preghiera e meditazione. Fantastico.
Il seguito era caos, roghi, uccisioni delle guide spirituali e poi la magnificenza delle immagini dei cinque imperatori consecutivi a misura sovrumana, scavati direttamente nella roccia della montagna.
Doveva essere un evento come l'eclisse nell'Antico Egitto. Il popolo – quello scampato ai roghi – di fronte a simile monumentalità doveva sentirsi meno di uno scarafaggio.

Oggi nessuno ha tempo per domandarsi come ci si sente.