sabato 2 febbraio 2013

Undicesima puntata - Diario di Pechino


19 luglio 2011 - Pechino

Questa è stata la giornata più strana da quando sono qui. Fin dalla mattina avevo problemi di diarrea acuta. Avevo fatto una fatica boia a studiare. Gli esami, poi, avevano entrambi smentito le previsioni: quella scritta, detta la difficile, è risultata piuttosto facile mentre l'orale, quella facilissima, si è rivelata ostica.

Per pranzo avevo voluto accontentarmi del brodino di riso per arginare la diarrea. Poi avevo dormito. Sodo. Un'ora.

Più tardi ero andata all'internet point, dove avevo sbattuto via novanta minuti della mia vita. A dire il vero il mio problema era piuttosto quello di avere troppe ore di cui non sapevo cosa fare. Novanta minuti in meno significavano un pezzo di problema in meno. Che tristezza! Ritornata nella mia camera la sua evidenza era inevitabile. Che tristezza, non aver modo di scrollarsela di dosso. A quel punto avevo pianto.

Da un lontano universo mi era arrivata l'idea che avrei potuto anche mettermi a leggere. Ho un libro che avevo già letto, di cui mi ero scordata del tutto. A leggerlo mi viene una sensazione di serenità benchè l'argomento sia tutt'altro che sereno. Letto appena alcune pagine già m'era venuta voglia di scrivere delle mie sensazioni, delle mie pene e speranze. Benchè ciò non fosse realizzabile, lo stato d'animo era quello.

Capisco che sono proprio le difficoltà oggettive a mettermi K.O. Infatti, dopo aver incontrato un'amica e aver invano tentato di prelevare al bancomat, mi erano completamente spariti i buoni propositi lasciando il campo alle frustrazioni e al malessere.

Per scrollarmeli nuovamente di dosso decisi di andare al mio ristorantino preferito. Lungo la strada continuavo a sbirciare il cieldo, sempre più nero, tanto da fare gli ultimi metri di corsa.
La pioggia giunse assieme ad un buio pesto. Era bello guardarla dalla finestra, mentre mangiavo una bella coscia di pollo. Continuavo a guardarla tutto il tempo come se ciò potesse servire a farla smettere.

Una volta uscita mi aspettava la cruda realtà; è stata un'impresa attraversare la strada e chiedere un passaggio sotto l'ombrello di una passante, fino alla fermata dell'autobus, a pochi metri di distanza. Una volta scesa dall'autobus, mi toccava fare un altro "ombrella-stop" e quando finalmente ero arrivata all'entrata del campus, ormai da sola, ero riuscita ad abbandonarmi allo scrosciare dell'acqua, bagnandomi come un pulcino. L'aria della sera era tutt'altro che fredda e una volta in camera, liberatami dagli indumenti fradici e fattami una bella doccia calda, ho finalmente sentito di tornare a vivere nella realtà.