sabato 18 maggio 2013

Ventiseesima puntata - Diario di Pechino


6 agosto 2011 – Zheng Zhou

Finalmente una doccia.

Siamo tutti stanchi. Troppo stanchi. L'ultima ora e mezza in pullman, in mezzo al traffico del sabato sera ce la potevano risparmiare. Non se ne poteva di più.

Frammento del diario del 7 agosto:

“Andiamo per ordine: eravamo partiti la sera di venerdi e avevamo dormito in cuccetta. Fin qui tutto bene. Colazione in un hotel a Luoyang, poi via alla volta delle cave.






Le cave sono state fatte intorno al sesto secolo da una donna, la principessa Wu.
Luo invece è il nome del fiume e, dato che la città sta al nord del fiume, ha preso il nome Yang (dello Yin e Yang), quindi si chiama LuoYang.

Le cave erano tantissime; piccole, grandi e enormi e, salvo due, erano state tutte scavate dall'uomo. Ivi trovavano posto le statue di Buddha con i saggi e i vari personaggi tutt'intorno. Alcuni erano molto rovinati altri meno.











Dalle cave la strada per il ristorante non era lunga. Dopo pranzo ci hanno subito portati al Tempio Shaolin. Il posto aveva un forte sapore popolano. Statuette kitch e venditori di souvenir ovunque.

Lo spettacolo shaolin si era svolto in un palazzo costruito apposta. Spente le luci, si sono susseguiti numeri di bravura, quasi da circo. Io mi stavo annoiando quando si era presentato uno dei monaci (un ragazzo) che con un ago doveva rompere un palloncino che si trovava dietro una lastra di vetro. Dopo diversi esercizi di concentrazione il ragazzo era partito all'attacco ma il palloncino era rimasto intatto, mentre l'ago era caduto a terra. Lui ci ha riprovato altre due volte e, quando nemmeno il quarto tentativo ebbe successo, ci rinunciò a malincuore.

Ebbe preso il suo posto un altro ragazzo, presumibilmente già maestro, a giudicare dal color arancio della sua veste. Anche lui aveva mancato il bersaglio ben due volte ma alla fine il palloncino s'era rotto con un gran rumore e il vetro bucato era stato sollevato in segno di trionfo.

Il boato in sala era assordante. Anch'io avevo respirato a pieni polmoni l'aria del successo. Il maestro nel frattempo aveva fatto alcuni esercizi, probabilmente per scaricare la tensione emotiva.
Erano seguite altre bravure poi eravamo usciti.





Nel parco Shaolin non poteva mancare il tempio. Come le altre tre o quattro che avevo visitato, era contorniato da un alto muro, l'entrata principale adornata a dovere. I cortili interni e i palazzi dedicati ai vari culti erano tenuti in ordine, molto belli e suggestivi. Ovunque i monaci s'ingegnavano a vendere la loro merce. Io, come souvenir, mi ero comprato un libro di preghiere.

Il parco aveva altre sorprese, precisamente una “Foresta di pagode”. Non avevo capito che pagoda significasse quella costruzione alta, a forma di cono, che conteneva le ceneri dei morti, certo non quelli di un monaco qualunque.

Nella “foresta” le pagode si susseguivano serrate, una in fila all'altra, a spina di pesce o semplicemente diagonalmente. Uno più diverso dall'altro, uno più bello dell'altro. Mi ricordava Manhattan, zona Wall Street, vista dal ponte di Brooklyn. I grattacieli sembravano alberi di un bosco. Sì, prima dell'undici settembre.

La giornata era stata lunga e il peggio doveva ancora venire.

Eravamo partiti alla volta di Zheng Zhou, distante una sessantina di chilometri. Una volta arrivati in città ci aspettava il caos del sabato sera: un'ora e mezzo a passo d'uomo. Erano quasi le nove quando, stremati, affamati e sudati, eravamo arrivati al ristorante. Avevamo mangiato svogliatamente, lasciando interi piatti di cibo buono e saporito. Non vedevamo l'ora di fare la doccia e infilarci in uno di quei bei letti dal materasso morbido.