sabato 13 luglio 2013

Trentaquattresima puntata - Diario di Pechino




                                       
 Il baretto dove consumavo i momenti più tristi, da sola


14 agosto 2011 – Pechino

Domani è Ferragosto. Lo so, perché ho letto il Corriere della Sera, on line.

E’ tutto così lontano. Un sogno. Da qualche parte del mondo le cose continuano andare avanti sulla loro strada come se nulla fosse successo. Bagnini che gridano, mamme che pettinano le figlie, ragazzi che si guardano in cagnesco.

Io, io, io. Io non sono lì.

Eppure quell’Italia io la conosco, sento in bocca il sapore della pasta al forno, nelle orecchie odo ancora la risacca. Sono morta e sono su, nel cielo. Guardo l’andirivieni delle cose, sento un pizzico di nostalgia ma è solo un'illusione;  io non ho più sensazioni.

E’ stata dura, tremendamente dura, stare qui senza la sicurezza che tutto questo un giorno finirà. Costantemente temere per il proprio futuro dove i dubbi e le incertezze avevano l’assoluto predominio su tutto.

Adesso non è più così. Adesso ho la data del mio volo, non è tanto lontano, e soprattutto so dove sarò, cosa farò. Qualche incertezza c’è tutt’ora ma è poca cosa. In questa certezza entra pian piano la consapevolezza dell’altro. Dell’altro mondo, quello cui ero abituata, quello che ritroverò tra non molto, se Dio lo vorrà.

Quel mondo io l’avevo dimenticato. Non mi ero permessa di averlo davanti agli occhi, di ricordarmelo con nostalgia. Ero a Pechino e di Pechino si parlava. Della vita “qui ed ora”. Nemmeno un mezzo pensiero in più. Quando iniziai a sognare ad occhi aperti l’uomo che non avrei dovuto  amare, avevo capito di essermi allontanata dalla realtà. Sognare proprio lui aveva tutta l’aria di evadere dal mondo dove mi trovavo e dal momento che stavo vivendo. La mia capacità di adattamento era arrivata al limite. A quanto pare, per risalire prima bisogna toccare il fondo. Io il mio fondo l’avevo toccato ad onta di tutta la mia forza di volontà tesa a non cedere. Avevo ceduto e in quello stesso momento avevo deciso che volevo salvarmi. Da lì la risalita è stata lenta ma inarrestabile.

Stasera avevo pensato all’Italia come a una realtà esistente. Sebbene mi sembrasse un sogno, quel mondo esisteva. Lì c’era una vecchia gatta malata che mi stava aspettando. Per lei, e solo per lei, sembrava che io fossi la cosa più importante al mondo. Poi, lentamente, uscirono dalla nebbia delle persone intente a vivere le loro vita. Per me erano come delle marionette dietro una tenda. Li vedevo ma loro non vedevano me; io ero inesistente.