19 luglio 2011 - Pechino
Questa è stata la
giornata più strana da quando sono qui. Fin dalla mattina
avevo problemi di diarrea acuta. Avevo fatto una fatica boia a
studiare. Gli esami, poi, avevano entrambi smentito le previsioni:
quella scritta, detta la difficile, è risultata piuttosto
facile mentre l'orale, quella facilissima, si è rivelata
ostica.
Per pranzo avevo voluto
accontentarmi del brodino di riso per arginare la diarrea. Poi avevo
dormito. Sodo. Un'ora.
Più tardi ero andata
all'internet point, dove avevo sbattuto via novanta minuti della mia
vita. A dire il vero il mio problema era piuttosto quello di avere
troppe ore di cui non sapevo cosa fare. Novanta minuti in meno
significavano un pezzo di problema in meno. Che tristezza! Ritornata
nella mia camera la sua evidenza era inevitabile. Che tristezza, non
aver modo di scrollarsela di dosso. A quel punto avevo pianto.
Da un lontano universo mi
era arrivata l'idea che avrei potuto anche mettermi a leggere. Ho un
libro che avevo già letto, di cui mi ero scordata del tutto.
A leggerlo mi viene una sensazione di serenità benchè
l'argomento sia tutt'altro che sereno. Letto appena alcune pagine già
m'era venuta voglia di scrivere delle mie sensazioni, delle mie pene
e speranze. Benchè ciò non fosse realizzabile, lo stato
d'animo era quello.
Capisco che sono proprio le
difficoltà oggettive a mettermi K.O. Infatti, dopo aver
incontrato un'amica e aver invano tentato di prelevare al bancomat,
mi erano completamente spariti i buoni propositi lasciando il campo
alle frustrazioni e al malessere.
Per scrollarmeli nuovamente
di dosso decisi di andare al mio ristorantino preferito. Lungo la
strada continuavo a sbirciare il cieldo, sempre più nero,
tanto da fare gli ultimi metri di corsa.
La pioggia giunse assieme ad
un buio pesto. Era bello guardarla dalla finestra, mentre mangiavo
una bella coscia di pollo. Continuavo a guardarla tutto il tempo come
se ciò potesse servire a farla smettere.
Una volta uscita mi
aspettava la cruda realtà; è stata un'impresa
attraversare la strada e chiedere un passaggio sotto l'ombrello di
una passante, fino alla fermata dell'autobus, a pochi metri di
distanza. Una volta scesa dall'autobus, mi toccava fare un altro
"ombrella-stop" e quando finalmente ero arrivata
all'entrata del campus, ormai da sola, ero riuscita ad abbandonarmi
allo scrosciare dell'acqua, bagnandomi come un pulcino. L'aria della
sera era tutt'altro che fredda e una volta in camera, liberatami
dagli indumenti fradici e fattami una bella doccia calda, ho
finalmente sentito di tornare a vivere nella realtà.
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